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Domestic na Kanojo: comunicazione e rabbia. Una tendenza tutta occidentale.

Capita che sei un’artista e ti becchi la furia del web. Tempi duri per chi vive in un’altra cultura e non è minimamente abituata a scontrarsi con fatti del genere.

Partiamo dall’inizio: una mangaka si sveglia una mattina e butta giù uno dei manga più famosi e più diffusi degli ultimi anni. Ci butta dentro tutte le sue fantasie, perversioni e retaggi di una cultura fatta di restrizioni emotive e relazionali che difficilmente in occidente, se non lo concludi secondo gli standard del moralmente corretto, verrà apprezzato e capito. Di che parliamo? Di Domestic na Kanojo (Domestic Girlfriend).

La storia è semplice o meglio, semplice ma complessa. Talmente complessa da far rabbrividire persino Brooke Logan di Beautiful. Uno studente delle superiori si innamora follemente della sua insegnante, però perde la verginità con la sorella di quest’ultima e subito dopo scopre che entrambe diventeranno anche sue sorelle perché il padre sposerà la loro madre. Vi scoppia la testa e state per abbandonare la lettura del post. Non fatelo. La matassa a breve verrà sciolta.

Nella cultura nipponica storie di questo tipo non hanno nulla di originale. Incesti, pedofilia e fantasie sessuali al limite del consentito sono temi che devono e possono essere trattati solo ed esclusivamente dai mangaka. Nella vita quotidiana sarebbero infatti moralmente inaccettabili e severamente condannati.

Il caso Domestic na Kanojo: comunicare con rabbia.

Succede che dopo tre anni, una serie anime di 12 episodi e 28 volumi pubblicati, il 10 giugno 2020 il manga giunga a una conclusione. Dopo milioni di intrecci, tira e molla, entra ed esci dai letti delle due sorelle, il protagonista avesse finalmente scelto la donna definitiva e invece no! Nel capitolo 276 il ribaltamento! La storia viene riscritta, le carte in tavola rimescolate: la presunta scelta definitiva fatta fuori. Non entro troppo nel dettaglio sul finale per non generare spoiler a chi ancora non avesse letto gli ultimi sofferenti capitoli.

La scelta della mangaka Kei Sasuga in patria non fa scalpore e difficilmente attirerebbe la rabbia o la furia di migliaia di otaku sui social ma, lo stesso non si può dire oltreoceano, dove milioni di utenti si sono riversati in rete dando il meglio o peggio, in questo caso, di se stessi.

Minacce, insulti e vagante di improperi sono volati sui profili dell’autrice, costringendola a replicare per reale paura di ritorsioni o attentati alla sua persona. L’autrice afferma di essersi resa conto di non essere stata capita dagli occidentali, di non aver trasmesso le emozioni dei protagonisti in modo corretto e per placare la furia assassina dei polpastrelli sulle tastiere di tutto il mondo, vorrebbe publicare un ennesimo volume dove spiega le sue scelte. Ndr. quando devi spiegare un’opera hai decisamente toppato.

Difficilmente in Giappone gli utenti sfogano sentimenti di odio e rabbia sui social. Non è costume usare i commenti per minacciare, in massa, un autore rispettato. Eccezion fatta se invece ti trovi dentro Perfect Blue ma quello è un altro manga, un altro post.

Lo stupore e la paura dell’autrice sono più che comprensibili, soprattutto se non si è abituate a reazioni di questo tipo, cariche di odio e di violenza verbale. Noi non ci stupiamo. Siamo abituati.
Vorrei vi soffermaste in questa mia ultima affermazione: siamo abituati. Non è un caso eccezionale trovarci davanti a situazioni simili, dove gli utenti si trasformano in mostri e usano la rete per sfogare tutta la rabbia di una società che ha perso la facoltà di dialogare con calma e comunicare con grazia.

In Giappone non sarebbe accettabile. Verrebbero perseguiti con pacata indignazione, bollati come reietti (otaku) e isolati persino in rete. Quindi comunicare con violenza è tipicamente occidentale? A quanto risulta sì. Ma quando abbiamo perso la facoltà di comunicare con grazia? Quando abbiamo trasformato il web nel cacatoio della rabbia? Probabilmente il giorno in cui il confine tra virtuale e reale è stato abbattuto. Come un muro di Berlino demolito. Come una maionese impazzita. Sarà possibile ripristinare l’ordine? Riconquistare la libertà di espressione e la facoltà di comunicare senza GRIDARE? Forse dovremo attendere anche noi un ulteriore capitolo di spiegazione.

autore

Roberta Soru

Di lei si sa poco, non sappiamo quale sia il suo vero volto. Perennemente dietro un monitor o china su uno smartphone è un essere mitologico multitasking, che 100 ne pensa 1000 ne fa. Nasce come grafica, si riscopre illustratrice, finché non si imbatte nel fantastico mondo del web e dell’html, dove si specializza. Una Kalì in formato mignón pronta a trasformare tutto ciò che la circonda in tag e pixel.

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